Nella fertile conca di Raveo

Tra scelte radicali, antiche sacralità e nuovi arrivi
pubblicato il 16/11/2024

Raveo è un luogo che ti abbraccia in ogni stagione, la conca dove sorge è come un ventre materno. Qui il sole non manca mai, nemmeno in pieno inverno, i primi coloni ebbero una felice intuizione a individuarlo come luogo dove mettere radici. Le sue origini sono molto antiche: sul Monte Sorantri, che domina l’abitato e che nel nome pare echeggiare proprio l’astro solare (ma non è così perché deriva da “sopra l’antro”), gli archeologi hanno ritrovato anche tracce di insediamenti celtici: gli antichi avevano esperienza e fiuto per scegliere dove vivere bene. Da Villa Santina, Raveo si raggiunge passando un ponte sul Torrente Degano che va a tuffarsi nel Tagliamento e l’abitato è racchiuso tra la sponda destra del Degano e quella sinistra del Torrente Chiarzò, ricevendo in dono molta fertilità. Alle porte del paese si viene accolti da una grande distesa di terreni ampi, quasi pianeggianti, una rarità sui monti, ed è qui che incontro Devis Bonanni, trentanovenne raveano dalle scelte di vita tranchant: quando ne aveva diciannove ha lasciato il posto di lavoro sicuro come tecnico informatico e si è costruito una serra “in bocca al paese” per coltivare ortaggi e impostare uno stile di vita più sano ed ecologico. La sua decisione creò un po’ di agitazione tra i compaesani – la serra è proprio prima del paese – e non fu approvata dalla famiglia: una parte della sua storia l’ha raccontata in Pecoranera (2012) – un libro di successo – il cui titolo già la dice lunga sulla forza di rottura che lo ha spinto in una certa direzione. “In passato qui era tutto coltivato, basta guardare le foto, ma quando costruii questa serra mi dissero che rovinavo il paesaggio. Mia nonna, che aveva vissuto la miseria, mi chiese perché mai volessi perder tempo a fare l’orto”. Devis ci accoglie in tenuta da lavoro, quella dell’agricoltore è ormai, da allora, la sua vita, che condivide assieme alla compagna bolognese che lo aiuta e fa la mamma di Dante, loro figlio, con poco più di un anno di età. “La scelta di impiantare la serra qui si è rivelata profetica, infatti sulla strada ho iniziato a vendere le verdure: i pomodori per esempio, è difficile farli se non hai una serra, perché in Carnia piove molto. E così anche se vent’anni fa sono partito con l’idea dell’autosufficienza e dell’autarchia, della ricerca di isolamento e allontanamento da un certo tipo di vita, alla fine ho fatto un gesto di socializzazione. Si è determinato un processo virtuoso. A volte penso che se invece avessi avuto terreni fuori dal paese sarei rimasto molto più isolato e magari sarei tornato sui miei passi. In fin dei conti chi fa azienda agricola è per forza connesso con gli altri”. Camminiamo insieme attraversando la serra e poi usciamo in campo aperto fino a raggiungere il recinto delle galline – Devis ne ha un’ottantina e le uova si possono prendere da soli, anche se lui non c’è, lasciando i soldi in una cassetta. Mi mostra una pozza di acqua che ha scavato in mezzo al campo: “Che il terreno sia ricco di acqua me ne accorgo ogni volta che vado ad arare con il trattore e non riesco a rivoltare la zolla: si dice che “tira”: d’altra parte Raveo è nata sul paleo alveo del Degano che ha creato questa valle. Sai, per capire che qui c’era acqua non ho dovuto fare alcun ragionamento scientifico, forse neanche un ragionamento di pensiero, semplicemente sapevo e, secondo me, chi ci precedeva aveva questo genere di conoscenza della natura, empirica ed esperienziale”. Si starebbe ore ed ore ad ascoltare Devis, i suoi pensieri non sono mai scontati, la sua pacatezza attrae e si impara molto. La sua è stata una scelta coraggiosa e non priva di difficoltà, ma poi ha dato i suoi frutti, non solo metaforici. Oltre a vari ortaggi, qui coltiva anche meli, sui quali ha fatto ricerche innestando le specie più antiche e autoctone, e oltre ad avere l’azienda agricola, è inserito anche nella rete WWOOF (Worldwide Opportunities on Organic Farms) grazie alla quale ha ospiti che gli danno una mano nelle varie attività, seguendo il principio dell’applicazione di pratiche agricole ecologiche che sta alla base della stessa rete. “I primi anni facevamo tanto con Wwoof perché il lavoro manuale superava quello tecnico: con gli anni ho imparato più cose e, per esempio, la carriola seminatrice mi fa lavorare più velocemente. Ospito ancora molto in estate, per la raccolta di erbe infestanti e altro. Comunque sono giunto alla conclusione che l’agricoltore è l’unico mestiere in cui non si contano le ore profuse nel lavoro, anche perché c’è sempre un’alea che incombe e, da un anno all’altro, si possono fare grandi errori, ad esempio se si sbaglia il tempo della semina”.

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