2005 e 2018. La prima, “riconosciuta”, e l’ultima, per ora. Tredici anni e tredici vendemmie sono un bel pezzo di vita per la maggior parte dei vini e anche per parecchi vignaioli. Non per i vini di Edi Kante che mette in questo chardonnay del Carso tutta la sua maestria, il suo estro e, forse ancor più importante, la sua capacità e la sua “tecnica”. Bevute insieme, un bicchiere accanto all’altro, parlano di un filo conduttore chiaro e di un’unica trama. Eleganza, potenza, freschezza, forza, avvolgenza, sostanza, finezza, sorsi che invadono e abbracciano per tempi infiniti; continui rimandi a venti salati a notti fresche e giornate inondate dal sole, ai fitti boschi e alle pietraie del Carso percorsi da acque invisibili. La 2005 si sente di più nel colore e nei sapori appena più densi, mai eccessivi, solo più speziati. La 2018 è disarmante per precisione e mediterraneità. Entrambe trasmettono energia e forza, quasi violenza a tratti. Non è una verticale per capire l’evoluzione di un vino, ma un confronto tra materie complementari e idee in evoluzione. Non serve usare descrittori o scomodare frutta esotica e fiori sconosciuti ai più. C’è solo la bellezza di poter bere qualcosa di unico.
Edi Kante, non è un “pazzo” (termine ultimamente in voga per definire un vignaiolo fuori dagli schemi e che per questo solo meriterebbe considerazione), semplicemente è uno dei più capaci che ho avuto la fortuna di incontrare.

